domenica, 11 maggio 2008

IL BURATTINAIO 34

Diede ordine di appurare subito se altri bambini avevano disegnato qualcosa di simile.
Un altro bambino aveva fatto quel disegno.
Cosa significava?
L'ufficiale tedesco era perplesso. Era un uomo razionale, portato a valutare le situazioni per quello che erano, e a cercare dentro di esse la soluzione; ma in questo caso si entrava in un campo sconosciuto e misterioso. Quindici bambini erano stati rapiti. Tre di loro avevano disegnato lo stesso soggetto. Quei tre bambini non si conoscevano. Era un campo quasi magico, e la mente rigorosa di Dieter Haller escludeva dalle sue certezze la magia. Nondimeno, era abituato a non dare mai nulla per scontato. Perciò se magia doveva esserci, che ci fosse: l'importante era sapere come volgerla a proprio vantaggio. E su questo non aveva proprio idee.
Staccò gli occhi dalla carta geografica e rivolse lo sguardo alla sua collega. Rita appariva stanca e un po' avvilita. Sebbene lui non la tenesse al corrente di ogni cosa, non ci voleva molto per capire che non stavano facendo alcun progresso. Avevano arrestato un membro della banda, ma poi l'uomo era stato ucciso, e loro non si erano dimostrati in grado di proteggerlo. Adesso i bambini avrebbero potuto trovarsi da qualsiasi parte e l'unico elemento di cui disponevano era il soggetto di tre strani disegni.
D'impulso Haller chiese a Rita se voleva cenare assieme a lui.
Rita accettò.
Da quando si era trasferita nella città di Silvia, Rita Mensitieri consumava le sue cene in albergo, quasi sempre in camera. Si limitava a un sandwich o a un piatto di formaggio, con un po' di frutta e un bicchiere di latte. Quella sera, invece, andarono in un ristorantino caratteristico situato nei pressi della stazione, nel centro storico della città.
Rita scoprì un uomo molto diverso.

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sabato, 10 maggio 2008

SECONDO VOI

Fra Jessica Biel e Scarlett Johansson chi è la più affascinante?

Jessica Bielscarlett

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domenica, 04 maggio 2008

IL BURATTINAIO 33

Dieter Haller era curvo su una cartina geografica dell'Europa. Era vestito in modo sportivo: il morbido maglione di lana metteva in risalto le spalle larghe e muscolose. Scosse la testa e prese un'altra carta geografica, dell'Italia del nord questa volta. La esaminò con attenzione. I bambini dovevano essere in Italia, ne era convinto, e non solo perché l'uomo che aveva cercato di rapire Silvia Mannini era italiano; c'era anche un'altra ragione, che non avrebbe saputo spiegare ma che era come un segnale fortissimo che risuonava nel suo cervello. Il suo intuito. Il suo intuito che non lo aveva mai tradito. Spostò la carta geografica e ne prese un'altra ancora, fissando la sua attenzione sul Lazio, poi sul Molise e sulla Calabria. I bambini potevano essere tenuti prigionieri in qualche remota località del centro o del meridione, sulle falde di una collina isolata oppure nei pressi di un lago; era possibile che si trovassero su un'isola, fra le tante disseminate nel Mediterraneo.
Ma lui era convinto che invece fossero a nord. A nord e in montagna.
Rita Mensitieri lo osservava in silenzio. Aveva imparato a conoscere meglio alcuni aspetti della sua personalità, e si era gradualmente resa conto che non era solo un uomo intelligente e preparato. La freddezza che manifestava derivava dalla concentrazione, dato che si applicava nel lavoro con grande impegno, e i modi bruschi dal fastidio che gli arrecavano le persone superficiali e mediocri. Non per il fatto che si sentisse superiore a loro, ma perché non era utili all'indagine. Tuttavia era anche arrogante, sprezzante e (Rita non ne dubitava) maschilista. Si chiese che tipo fosse sua moglie. Probabilmente una tedesca bionda, voluminosa, ampiamente sovrappeso che ingurgitava avidamente salsicce e crauti a ogni ora del giorno. L'ombra di un sorriso passò sulle labbra della poliziotta: era assai più probabile che fosse una bella donna con gli occhi chiari e il fascino austero e un po' rigido di certe nordiche, ma anche una donna capace di grandi passioni, una donna che lo amava e con cui lui faceva splendidamente l'amore. All'improvviso si sentì sconcertata dalla piega che avevano preso i suoi pensieri; si irritò con se stessa e tornò a rivolgere la propria attenzione alla carta geografica. Era nuovamente quella dell'Italia del nord e Haller la stava risalendo con un dito, mormorando qualcosa di incomprensibile in tedesco.
Rita aveva raccontato a Dieter quello che le aveva detto Silvia nel corso del loro colloquio. In un primo momento aveva temuto che si mettesse a ridere. Ma Haller non aveva affatto riso. Per lui non esistevano le coincidenze, e sebbene questo fatto esulasse da ciò che si poteva ragionevolmente definire una prova o un elemento concreto, i disegni dei due bambini lo avevano colpito profondamente. Sapeva che suo nipote non aveva lasciato un disegno che raffigurava un uomo alto intento a parlare e un bimbo che lo ascoltava, sapeva anche delle telefonate infruttuose di Silvia; ma questo lo lasciava indifferente.

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venerdì, 02 maggio 2008

SECONDO VOI

Fra Jessica Biel e Sienna Miller chi è la più affascinante?Jessica Biel e Sienna Miller

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domenica, 27 aprile 2008

IL BURATTINAIO 32

Silvia sospirò. "Vorrei tanto che fosse vero."Ancora una volta si domandò se Marco stava bene, se aveva paura, se gli davano da mangiare a sufficienza e se era vestito bene. Forse aveva degli abiti inadatti all'inverno e tremava di freddo. O forse moriva di caldo in qualche deserto arabo. No, era ancora in Italia. Ne era certa. Ma bisognava fare in fretta, individuare il nascondiglio di quei farabutti e correre in soccorso dei bambini. Fare in fretta...ma come? Se l'avessero rapita avrebbe rivisto suo figlio e avrebbe potuto aiutarlo; tuttavia era anche probabile che prima la uccidessero, che non le permettessero di vederlo o che la conducessero in un altro luogo, lontano dal rifugio dove erano tenuti i bambini. Si ricordò dei disegni: un uomo alto che parlava, un bimbo che lo ascoltava. Di cosa parlava quell'uomo? E soprattutto esisteva davvero? La voce della poliziotta interruppe il corso dei suoi pensieri. "In ogni modo, non possono stare tranquilli." Silvia le rivolse uno sguardo attento. "Cosa intendi dire?" Rita fece un gesto circolare con la mano, come ad indicare la stanza. "Io non ho la minima idea di dove si siano rifugiati i rapitori, anche se Haller ha le sue idee in proposito, però mi faccio alcune domande. Primo: ovunque si trovino, hanno certamente dei problemi. Quindici bambini non passano certamente inosservati, perciò deve trattarsi di un posto isolato...in montagna o su qualche isola oppure in una campagna sperduta. In qualsiasi caso, hanno necessità di cibo, di medicinali e di altre cose ancora. I loro movimenti, prima o poi, potrebbero attirare l'attenzione di qualcuno." Era un'opinione plausibile, si disse Silvia. Se i bambini erano nascosti da qualche parte, sicuramente dovevano mangiare, e con loro anche le persone che li tenevano prigionieri. Occorrevano grandi quantità di cibo, e i carabinieri di ogni più sperduto paesino erano stati messi senza dubbio sul chi vive. Si immaginò il grasso gestore di un piccolo supermercato di paese. Si presentava alla caserma più vicina, chiedeva del maresciallo e annunciava:"Oggi un individuo dall'aria losca ha comprato venti bistecche, venti scatolette di carne e cinque chili di pasta." Il maresciallo avrebbe telefonato immediatamente a questo Haller. Se i bambini erano ancora vivi, naturalmente... Ma sono vivi!, si disse con rabbia. Imbruniva. Fuori dei vetri delle finestre il cielo passava rapidamente dal grigio ardesia al nero; si era alzato un vento freddo che fece sbattere una persiana da qualche parte. Rita si alzò dal divano. "Devo andare.", disse tendendole la mano. Mentre Silvia ricambiava la stretta, la bionda poliziotta le promise che l'avrebbe tenuta al corrente.

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sabato, 19 aprile 2008

IL BURATTINAIO 31

sarah michelle gellar 3Silvia parve leggerle nel pensiero. "Oh, non ho paura, sai." Avevano deciso di passare al "tu", quando si erano rese conto dell'istintiva simpatia che provavano l'una nei confronti dell'altra. "Anzi, quasi me lo auguro." Rita si protese nuovamente verso di lei. "In che senso?" Silvia si strinse nelle spalle. "Almeno rivedrei mio figlio, gli potrei stare vicina. Scoprirei dov'è il loro covo. Forse riuscirei a liberarlo." Rita Mensitieri scosse la testa. "Quella è gente pericolosa, non devi sottovalutarla!" Silvia le rivolse uno sguardo divertito. Rita era una donna intelligente e capace, si era fatta strada in un mondo generalmente riservato agli uomini, e dava l'impressione di essere forte e affidabile: tuttavia conservava un lato ingenuo che a volte trapelava. Non la conosceva a fondo, ma lo aveva già notato in precedenza. Sorrise e disse:"Non li sottovaluto, stai tranquilla. Non sto dicendo che mi farò rapire apposta. Dopo tutto, non è in mio potere." La poliziotta spense la sigaretta nel posacenere, "Comunque devi avere fiducia in noi...soprattutto in Dieter." Si stupì di averlo chiamato per nome e ricordò a se stessa che era un uomo duro e arrogante, privo di sensibilità e troppo autoritario. "Il comandante Haller ha un piano..." Silvia la osservò attentamente. "Che genere di piano?" In realtà Rita non lo sapeva e, se è per questo, non avrebbe nemmeno potuto giurare che un piano ci fosse; Haller non si confidava con gli altri e non svelava in anticipo le sue intenzioni. Nemmeno a lei, anche se al momento era la sua collaboratrice più stretta. "Non lo so con esattezza, ma sono convinta che funzionerà. Prenderemo quei bastardi e libereremo tuo figlio, assieme a tutti gli altri bambini."

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domenica, 13 aprile 2008

IL BURATTINAIO 30

"Tranquillo. Morirai, ma non prima di una dozzina di ore e ti assicuro che saranno le ore peggiori della tua vita." "Cosa c'era nella siringa?" "Avrai allucinazioni, e tutto il resto. Ti sembrerà di essere all'inferno con i diavoli che ti mangiano i testicoli e ti infilano enormi ragni in bocca. Realtà virtuale, capisci? E da lì, un breve salto e sarai nella realtà vera: creperai fra dolori insostenibili." Stradilasi si coprì il viso con le mani, ma i suoi movimenti erano diventati lenti e pesanti. Gli girava orribilmente la testa. L'avvocato si alzò, riassentandosi la piega dei pantaloni. "Non avresti dovuto tradire il Maestro!" Stradilasi aprì la bocca per replicare, tuttavia non riuscì ad emettere alcun suono; si sentiva soffocare, gli bruciava lo stomaco, provava una nausea fortissima. Scivolò per terra e vomitò sul pavimento. L'avvocato si avviò alla porta. Il volto di Stradilasi era una tragica maschera di dolore.

Rita Mensitieri accavallò le gambe slanciate, mentre si protendeva leggermente in avanti. Indossava calze verdi, una gonna blu e scarpe con il tacco basso. Silvia assentì con un cenno del capo. Sì, andava tutto bene, se si dimenticava il fatto che Marco era scomparso, che la polizia non riusciva a trovarlo, che avevano tentato di rapirla e che l'uomo che aveva cercato di sequestrarla, l'unico in grado di fornire informazioni attendibili su suo figlio, era stato ucciso in prigione. Un sedicente avvocato lo aveva avvicinato, sostenendo di essere pagato da vecchi amici, e gli aveva iniettato una dose mortale di veleno. A questo punto che speranze c'erano di ritrovare Marco? Formulò la domanda a voce alta, sforzandosi di non lasciar trasparire la propria angoscia e mantenendo la fisionomia del volto composta, sebbene le labbra le tremassero e provasse un bisogno inaudito di piangere. Ma con uno sforzo di volontà riuscì ad assumere un'espressione fredda e controllata. "Il comandante Haller è fiducioso.", disse la poliziotta. "E' un uomo in gamba, con le idee molto chiare. Anche se non approvo alcuni suoi metodi, mi fido di quello che dice." Silvia bevve un sorso di caffè. Erano sedute in soggiorno; dal lettore tenuto a basso volume provenivano le note di una canzone di Elton John. "Tenteranno ancora di rapirmi, vero?" Rita depose la tazzina sul tavolino davanti al divano. Poi si accese una sigaretta. Normalmente fumava poco, e mai quando era in servizio, ma la tensione degli ultimi giorni aveva aumentato il suo bisogno di nicotina. Aspirò una boccata e osservò la piccola nube di fumo che si innalzava pigramente verso il soffitto. "C'è questa possibilità.", rispose in tono cauto. Temeva che Silvia avesse paura, al suo posto ne avrebbe avuta; e stando a quanto asseriva Dieter Haller esisteva molto più di una semplice possibilità. Il tedesco ne era quasi certo.

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domenica, 06 aprile 2008

IL BURATTINAIO 29

Stradilasi gli obbedì meccanicamente. L'altro gli annodò il laccio intorno al braccio, dopodichè tirò fuori dalla borsa una siringa. Conteneva uno strano liquido scuro. "E quello cos'è?", chiese Stradilasi sempre più a disagio. Prima che l'avvocato gli rispondesse, si sentì diventare di ghiaccio. Lo aveva chiamato signor Stradilasi. Signor Stradilasi non signor Montuori! Come diavolo faceva a sapere... L'avvocato gli fece l'iniezione. Stradilasi deglutì osservando il liquido che usciva dalla siringa per entrare nel suo corpo. "La manda il Maestro?", balbettò. L'avvocato gli rivolse uno sguardo gelido. "Voleva la prova che eri un traditore. Naturalmente lo sapeva già, ma ti ha offerto una possibilità. Come si dice? Il libero arbitrio. Dio conosce in anticipo i nostri peccati futuri, tuttavia ci consente di agire liberamente." "Mi avrebbe ucciso comunque!" L'avvocato tolse l'ago dal braccio di Stradilasi e ripose la siringa nella borsa di pelle. Si muoveva con calma efficienza. "No, idiota, ti avrebbe offerto una seconda opportunità. A seconda della risposta che mi avresti dato, ti avrei aiutato ad evadere oppure..." "Cosa c'era nella siringa?"

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lunedì, 31 marzo 2008

BUON PESCE D'APRILE!

pesce d
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domenica, 30 marzo 2008

IL BURATTINAIO 28

Con l'arrivo dell'estate i bambini saranno riuniti tutti in un'unica classe; inoltre incominceranno ad usare le armi e a imparare le arti marziali. Dopo il pranzo, previsto per le dodici, c'è l'adunata. I fanciulli si dirigono verso il confine settentrionale del villaggio, dove c'è la grande casa di pietra. Un altoparlante diffonde un lungo discorso pronunciato da una voce acuta e potente. Il Maestro appare sul balcone, figura altissima dalle gambe interminabili, e agita minaccioso le braccia. I bimbi non capiscono nulla di quello che predica, tuttavia ascoltano in silenzio per evitare guai. Due o tre di loro hanno già assaggiato la frusta di Luisella e sanno quanto male faccia; la voce è circolata rapidamente e perciò stanno sempre attenti a non incorrere in un castigo. Hanno paura di Luisella. Dopo il discorso possono coricarsi per un'ora. D'inverno il freddo è sempre intenso, ma evidentemente l'aria di montagna è buona, visto che malgrado le molte ore trascorse all'aperto, esposti al vento e alle intemperie, nessuno di loro si è ancora ammalato. Se dovesse succedere, Luisella ha una dotazione di medicinali per curarli: se qualcuno non dovesse guarire, non verrebbe chiamato certamente un medico. Il Maestro ha voluto quindici bambini per essere sicuro di averne dieci al momento stabilito, quindi può permettersi di perderne cinque per strada. Ma finora non è successo. L'ombra della sera allunga i suoi artigli quando il Maestro manda a chiamare Luisella. La donna ascolta in silenzio le sue istruzioni. Quando si accomiata sa che dovrà rapire Silvia entro una settimana.

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sabato, 22 marzo 2008

IL BURATTINAIO 27


sarah michelle gellarLa valle è avvolta in una luce lugubre e cupa, poiché il sole è coperto dalle nubi scure che il vento sospinge con rabbia da oriente. La giornata risulta gelida e non invoglierebbe nessuno sano di mente ad uscire all'aperto, ma i bambini sono costretti a farlo. Corrono lungo il perimetro del villaggio di baracche, a qualche metro dalla staccionata che lo circonda, su un tracciato dal fondo sconnesso che provoca continui colpi alla schiena e dolore ai piedi. Luisella li osserva con espressione accigliata. La donna è di pessimo umore, perché ha saputo che Stradilasi ha fallito. Il Maestro è furibondo, e quando si trova in questo stato d'animo la valle pare trattenere il fiato in attesa che la sua collera si scateni. Luisella sa di non correre rischi: fino ad oggi non ha mai sbagliato, ha sempre compiuto coscienziosamente il suo dovere e si è sempre comportata secondo i voleri del Maestro. Sa frustare con estrema abilità la gente, comanda con il pugno di ferro i quindici bambini: non è con lei che il Padrone è adirato.

D'abitudine i bambini si svegliano all'alba ed escono dalle baracche per lavarsi all'aperto. Il fatto che la temperatura sia prossima allo zero non induce Luisella a provare compassione; e in ogni caso lei obbedisce semplicemente agli ordini. Poi una prima colazione degna di un ospizio per vecchi diseredati. Luisella sorbisce il suo caffè controllando che i bimbi non lascino nulla sul vassoio a scomparti che funge da piatto. E' difficile che succeda, dato che il freddo alimenta l'appetito, ma se dovesse capitare la donna sa cosa deve fare. Quindi un'ora di attività fisica all'aria aperta. Dopo la ginnastica il gruppo si divide e prende posto in due diverse "scuole", entrambe ospitate dalla stessa baracca. In pratica sono due grandi stanze arredate in modo spartano. I fanciulli si siedono per terra con la schiena appoggiata alla parete, si proteggono come possono con le braccia perchè il riscaldamento funziona al minimo, ed assistono alla lezione. Per gli ospiti stranieri è costituita da tre ore di italiano. Gli italiani invece studiano una singolare disciplina chiamata misticismo della ragione e basata sugli studi del Maestro. Le insegnanti, ambedue donne dimesse di mezza età, sono ugualmente scialbe e monotone. In ogni caso, sono state scelte personalmente dal Maestro, e a lui vanno bene così.
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domenica, 16 marzo 2008

IL BURATTINAIO 26

Esitò per qualche istante, accarezzandosi pensosamente il mento. Si vedeva libero in un bel posto di mare. Avrebbe affisso dei manifesti nei bar: insegnante disposto a seguire bambini in difficoltà con gli studi. Compenso modesto. Avrebbe trascorso pomeriggi deliziosi con quei bimbi. E poi l'atmosfera lugubre della valle lo aveva stancato. Tutto intorno al Maestro era cupo e desolato. Le sue prediche erano terribili, e nel suo regno non esisteva la gioia. Finalmente prese una decisione. Guardò l'avvocato negli occhi e disse:"D'accordo, accetto." "Bene, lei sarà libero." "Quando?" "Domani, al massimo dopodomani. Appena avrà reso una completa deposizione. Loro libereranno i bambini e poi lei potrà andare dove meglio crede, signor Stradilasi." Con gli occhi della mente Stradilasi si vedeva intento a succhiare l'uccello di un grazioso fanciullo di dodici anni. Gli avrebbe infilato un dito dentro le chiappe e... Sospirò di piacere. "Bene.", disse. "Allora sono a disposizione." L'avvocato prese la sua borsa di pelle e la aprì. Probabilmente gli avrebbe dato dei documenti da firmare. In seguito, lo avrebbero interrogato. "Devo visitarla.", disse il legale estraendo dalla borsa un laccio emostatico. "Visitarmi?" Stradilasi lo fissò sbalordito. "Ma non è un avvocato?" "Certo. Ma sono anche un medico e intendo accertarmi delle sue condizioni fisiche prima dell'interrogatorio... sa, è per evitare brutte sorprese. In fin dei conti lei ha rapito quei bambini e qualcuno potrebbe aver voglia di fargliela pagare. Niente di tremendo: una scarica di cazzotti durante l'interrogatorio. Ma io stilerò un certificato medico che loro dovranno controfirmare, e naturalmente pretenderò di visitarla anche dopo." Stradilasi era perplesso. "Non esistono gli avvocati-medici!" "Come no!", ribattè allegramente il legale. "Su, si tiri su la manica, signor Stradilasi."

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domenica, 09 marzo 2008

IL BURATTINAIO 25

"Perchè?", volle sapere Stradilasi. Era l'unica cosa che non era disposto a fare. "Ho parlato con gli inquirenti. Sono disposti a farle delle concessioni. Loro vogliono sapere dove si trovano i bambini. Loro vogliono mettere le mani sul capo della banda. Lei è un semplice esecutore, signor Montuori: un pesce piccolo. La lasceranno sgusciare fuori dalla rete." Ci fu un silenzio. Stradilasi rifletteva rapidamente. Quello che gli aveva detto il legale non si discostava molto dai ragionamenti che aveva già svolto nel silenzio della sua cella. Aveva intuito che conservava ancora una possibiltà di salvezza. L'unico punto era che questa possibilità contrastava con i voleri del Maestro. Significava tradirlo, con tutti i rischi che ne conseguivano. Però sarebbe uscito dalla prigione, forse gli avrebbero dato del denaro. Corrugò la fronte e interrogò il suo avvocato: "Soldi?" "Ne avrà." "Protezione?" "Anche quella.", rispose il legale. "Gli inquirenti non sanno che farsene di lei. Lo capisce? Se lei dovesse collaborare, le accorderebbero tutto quello che chiede. Una somma di denaro, alcuni agenti destinati a prendersi cura della sua sicurezza. Inoltre lei sarebbe libero." "E' la strategia che mi consiglia?" L'avvocato lo scrutò con aria fredda. "Deve decidere da solo, signor Montuori. Io mi sono limitato a dipingerle lo scenario nel modo più realistico possibile, ma la vita è sua ed è lei che deve operare una scelta." "La scelta fra prigione e libertà.", mormorò Stradilasi. "O tra lealtà e tradimento.", gli suggerì l'avvocato. Già, pensò Stradilasi. E potrebbe essere anche la scelta fra vita e morte. Ma chi gli assicurava che sarebbe sopravvissuto, anche se avesse tenuto la bocca chiusa? Il Maestro lo avrebbe punito in ogni caso per il suo fallimento. Non era riuscito a rapire la donna che aveva osato sfidarlo pubblicamente, si era fatto arrestare. Il Padrone non avrebbe avuto alcuna clemenza. Luisella stava approntando gli strumenti di tortura che avrebbero accolto il suo ritorno nella valle. Il Maestro lo avrebbe liberato da quella prigione, ma non per salvarlo. Per castigarlo. A cosa serviva rimanere fedele?

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domenica, 02 marzo 2008

IL BURATTINAIO 24

L'avvocato era vestito in modo impeccabile: giacca blu, camicia di cotone azzurra, cravatta che riportava un motivo floreale. Le scarpe erano di gran classe. I capelli argentati erano perfettamente pettinati, le unghie delle mani rivelavano l'accurato lavoro di una manicure. Aveva un aspetto imponente e autorevole; l'unica nota stonata era rappresentata da una cicatrice che gli sfregiava brutalmente una guancia. Stradilasi si chiese come se la fosse procurata. Quando quella mattina gli avevano annunciato che finalmente avrebbe potuto parlare con un legale non aveva ancora le idee chiare. Sapeva soltanto che avrebbe continuato a mentire e che avrebbe risposto al minor numero di domande possibili. La sua linea difensiva era semplice: si era invaghito di Silvia Mannini e aveva tentato di rapirla; era conscio di aver commesso un reato piuttosto grave, ma nel contempo poteva giurare che non le avrebbe mai fatto del male. Avrebbe cercato di sedurla e, qualora non ci fosse riuscito, l'avrebbe riportata a casa sua. Si trattava di una difesa alquanto zoppicante, ma per il momento non gli era venuto in mente nulla di meglio. Si domandava cosa ne avrebbe pensato il legale. Avrebbe seguito i suoi consigli, tranne quello di confessare la verità. L'avvocato si sedette di fronte a lui, al piccolo tavolo spoglio che costituiva l'unico arredamento dell'anonima stanzetta che fungeva da sala visita. Stradilasi lo guardò pieno di speranza. "Si trova in un brutto pasticcio, signor Montuori.", esordì il legale. La polizia non era ancora riuscita a risalire al vero nome di Stradilasi. "Lo so.", ribattè lui. "Ma non volevo farle niente di male... io sono innamorato di quella donna!" "E l'ha rapita?" Stradilasi esitò. Non intendeva fare la figura dello sciocco, tuttavia per ora la sua linea difensiva era quella. "Sono timido.", affermò con un certo imbarazzo. Sapeva che la sua storia era poco credibile. "Non ho mai trovato il coraggio per corteggiarla." L'avvocato gli rivolse un'occhiata fredda. "E perciò ha deciso di sequestrarla?" Stradilasi si strinse nelle spalle. Era a disagio. "Vediamo.", disse il legale. "Lei è chiaramente colpevole, signor Montuori, ma questo a me non interessa. Tuttavia se dovesse ostinarsi ad insistere con questa ridicola storia, finirebbe per complicarmi il lavoro." "Capisco.", disse Stradilasi. "Lei cosa mi consiglia di fare?" L'avvocato trasse un profondo respiro. "Di norma è preferibile attenersi il più possibile alla realtà dei fatti. Se proprio è necessario mentire, bisogna farlo con intelligenza, limitando al massimo il numero delle menzogne in modo da non incorrere in troppe contraddizioni. La memoria spesso inganna anche il più spregiudicato dei bugiardi. Nel suo caso, però..." "Nel mio caso?", lo spronò Stradilasi. Finalmente poteva parlare con qualcuno del "suo caso", e non limitarsi ad arrovellarsi da solo. "Nel suo caso, le conviene dire la verità."

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domenica, 24 febbraio 2008

IL BURATTINAIO 23

Il centro operativo era a Roma, tuttavia Dieter Haller aveva affidato il comando a John Harris, l'unico collega di cui si fidasse veramente, e aveva deciso di trasferirsi nella città di Silvia. Con lui c'era Rita Mensitieri, una donna che apprezzava ma dalla quale molte cose lo separavano. Indispettito dell'atteggiamento del questore, il tedesco tornò in Germania per due o tre giorni. Prese un volo per Monaco e atterrò in tempo per portare la moglie fuori a cena. Rimase a casa i due giorni successivi, riflettendo a lungo e facendo ginnastica nella piccola palestra che aveva installato in cantina. Era convinto di capire la psicologia dell'uomo che stava a capo della banda dei sequestratori. Non sapeva perchè rapisse i bambini, però pensava di intuire molti dei suoi pensieri. Grazie a questo aveva salvato Silvia. Trascorse diverse ore nello studio di casa sua, ascoltando musica classica ( prevalentemente di autori tedeschi ) e prendendo appunti su un block notes. Sulla prima pagina aveva riportato la successione dei rapimenti, completa di date, nomi, modalità delle sparizioni, testimonianze: tutto materiale insignificante dato che non esistevano elementi concreti su cui lavorare. Sul secondo foglio del block notes aveva elencato alcuni requisiti che riteneva appartenessero al responsabile di quei misfatti. Con calligrafia meticolosa aveva scritto: grande capacità di organizzazione, autorevolezza, forte ego, spirito vendicativo, assenza di compassione umana. Si trattava di caratteristiche facilmente individuabili, a patto di saper "leggere" i fatti con attenzione. Il suo intuito aveva fatto il resto: se non avesse capito che era un uomo vendicativo, e invaso da manie di grandezza, non avrebbe disposto di far sorvegliare la casa di Silvia Mannini. Era raro che il suo istinto fallisse. In passato aveva sgominato una pericolosa banda di criminali proprio ascoltando il suo sesto senso. Riteneva, giustamente, che quei malviventi avessero un collegamento all'interno della polizia. Si era basato su una serie di supposizioni, che ad altri investigatori meno dotati non sarebbero mai passate per la testa, e che anzi sembravano essere contrarie ad ogni logica, ed era risalito al personaggio chiave: il suo capo di allora. Certo, se avesse potuto parlare con il bastardo che avevano arrestato, tutto sarebbe stato più semplice. Ma sarebbe arrivato comunque alla verità. Ne era convinto.

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domenica, 17 febbraio 2008

IL BURATTINAIO 22

Dieter Haller era irritato. In linea di principio non si fidava delle forze dell'ordine italiane: riteneva che la determinazione, la capacità di concentrazione, l'efficienza e l'intelligenza di un poliziotto tedesco non fossero riproducibili. Naturalmente questo valeva anche in altri campi, ma risultava particolarmente evidente nell'ambito delle forze armate, dei servizi di sicurezza e della polizia. Degli italiani in genere poi si fidava assai poco: erano inaffidabili per definizione. Ciò nonostante fino a quel giorno le cose erano andate bene. L'arresto del bandito era stato pianificato da lui, ma comunque eseguito con competenza. Antonio Gargiulo era un vero imbecille, tuttavia in compenso Rita Mensitieri era una donna intelligente e attiva. Ora però gli stavano mettendo i bastoni fra le ruote: il questore non voleva che interrogasse personalmente il prigioniero. Dieter aveva commesso la leggerezza di confidarsi con Rita, e di illustrarle in dettaglio i metodi di cui si sarebbe avvalso. Haller sospettava che la donna, troppo sensibile, avesse fatto in modo di impedirgli il colloquio. Era intollerabile. Stradilasi non collaborava, si rifiutava di parlare, e nel frattempo quindici bambini, di cui uno tedesco, erano rinchiusi chissà dove, lontano dalle loro case e dai loro genitori. Se Dieter avesse potuto condurre l'interrogatorio in prima persona, quasi certamente il maiale avrebbe parlato. Invece si avvalevano di sistemi garantisti che sarebbero potuti andare bene in una situazione normale, ma che si rivelavano gravemente deficitari in quella condizione di emergenza.

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domenica, 10 febbraio 2008

IL BURATTINAIO 21

Stradilasi aveva paura. Era già stato interrogato due volte e in entrambe le occasioni si era rifiutato recisamente di collaborare. Aveva fornito generalità false e si era continuamente avvalso della facoltà di non parlare, dimenticando che si trovava in una prigione italiana e non in un carcere americano. Aveva ammesso soltanto il tentato rapimento di Silvia Mannini, giustificandolo per il fatto di essere attratto da lei. L'aveva vista in negozio, si era innamorato e, non trovando il coraggio per dichiararsi, aveva deciso di rapirla. Si era trattato di un gesto d'amore, sebbene non molto ortodosso. Non sapeva niente di bambini sequestrati, tratta di esseri umani o qualsiasi altra cosa. Non intendeva aggiungere altro. Ma non era della polizia, o della magistratura, che Stradilasi aveva paura: sapeva di aver deluso le aspettative del suo Padrone, e perciò temeva l'inevitabile castigo. Difficilmente il Maestro concedeva una seconda possibilità. Se fosse stato libero, avrebbe immediatamente tentato di rapire ancora la donna; ma si trovava dietro le sbarre e quindi non poteva rimediare al suo errore. Sperava con tutto il cuore che il Maestro lo perdonasse, ma una voce in fondo all'anima gli sussurrava parole sgradevoli: il Maestro non lo avrebbe perdonato, lo avrebbe castigato in modo crudele, la sua grande avventura era finita. Si chiese cosa avrebbe potuto fare per sottrarsi alla punizione, tuttavia si era ripetuto quella domanda decine di volte senza mai trovare una risposta accettabile. Se gli avesse portato Silvia sarebbe stato perdonato, ma questo era impossibile; se avesse tenuto la bocca chiusa... non sarebbe servito a nulla. E allora perchè non parlare, confessare, raccontare tutto? In questo modo sarebbe stato protetto dalla polizia, lo avrebbero aiutato, gli avrebbero ridotto la pena. Forse non sarebbe stato nemmeno condannato, come succedeva con i terroristi pentiti. Lo avrebbero lasciato libero, gli avrebbero dato dei soldi e gli avrebbero assegnato una scorta in modo che nessuno potesse fargli del male. Erano pensieri infantili, lo sapeva. Il Maestro lo avrebbe comunque rintracciato e, in caso di tradimento, lo avrebbe punito in maniera ancora più spietata. Sarebbe stato affidato alle cure di Luisella...

Sarebbe stato incatenato e avrebbe atteso per ore la frusta. Era un gioco che Luisella amava, perchè l'attesa significava ansia, paura, disperazione. Poi sarebbe arrivata lei e lo avrebbe frustato a lungo, con sadica abilità. E dopo... dopo avrebbe potuto succedergli di tutto: essere accecato, mutilato, evirato. Infine sarebbe stato ucciso in modo orrendo. Stradilasi non dubitava che il Maestro sarebbe riuscito a scovarlo, a portarlo fuori dalla prigione e a condurlo sino alla valle. E lì sarebbe stata la fine. Avrebbe potuto tentare di evadere, ma non conosceva la struttura del carcere; sapeva soltanto che si trovava in una fredda cella, da solo, e che per il momento non gli passavano nè giornali, nè libri. Si era lamentato per questo, e in tutta risposta gli avevano detto di collaborare. Se avesse parlato, avrebbe avuto quotidiani, riviste e anche una piccola televisione. Stradilasi aveva chiesto un avvocato, gli avevano garantito che lo avrebbe avuto ma per adesso non aveva visto l'ombra di un legale. Era spaventato e infelice. Ed era tormentato da un interrogativo al quale non sapeva dare una risposta: come avevano fatto a scoprire il suo piano in anticipo? Perchè i poliziotti si trovavano davanti alla casa di Silvia? Si trattava di un mistero, che andava a sommarsi all'altro terribile mistero: quando sarebbe arrivato il Maestro?

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martedì, 05 febbraio 2008

NELLE MIGLIORI LIBRERIE

Nella camera di Viviana la situazione era simile: nella semioscurità i nostri volti splendevano di una bellezza quasi irreale, perchè la semioscurità cancella i difetti, elimina le rughe, nasconde le imperfezioni, e in una maniera artefatta ma magica porta alla luce tutto ciò che c'è di avvenente in noi. I suoi meravigliosi capelli castani, il suo viso tanto aggraziato e sensuale, i seni perfetti, le gambe lunghe e slanciate. Adoravo il contrasto fra i nostri capelli, il grano dei campi estivi avvolto nelle prime ombre della sera; e amavo la differenza dei nostri occhi, l'azzurro del cielo e il grigio del mare. Amavo l'odore del suo corpo, pulito e fresco, che poi incominciò a sentire di femmina eccitata. I preliminari durarono a lungo, le sue sapienti carezze, i miei baci ardenti, la sua lingua che diventava sempre più vorace, le mie mani delicate. Poi lei entrò in me, muovendosi lentamente, a tratti fermandosi per guardarmi negli negli occhi, quindi ricominciando ma sempre piano, come una preparazione a quello che sarebbe avvenuto dopo.Si arrestò ancora, colmandomi di una sofferenza squisita, aumentando la mia aspettativa, facendomi fremere nel letto. Riprese a muoversi dentro di me, io assecondavo i suoi movimenti, stringevo il cuscino con una mano. Lei mi accarezzava il viso, sentivo la sua mano risalire ai capelli, giocare con una ciocca, quindi ridiscendere alle spalle, sfiorare gentilmente il collo. Avvertivo il suo sguardo fisso su di me, quasi ad assaporare ogni mia minima emozione, un petalo dopo l'altro, uno alla volta. E a un tratto incominciò a muoversi con vigore, non era più dolce e rilassata; simile a un ruscello che si trasforma in torrente, mi penetrò sino in fondo con il dildo. Sempre più forte. Sempre più forte. Io chiusi gli occhi, mi lasciai possedere, ero sua, soltanto sua, e il mio corpo le apparteneva. Si chinò su di me e cercò la mia bocca; mentre mi baciava, sentivo l'orgasmo arrivare, simile a una marea che raggiunge la spiaggia in una assolata giornata d'estate. Iniziai a godere. Viviana mi portò a visitare le stelle, sembrava conoscere ogni recondito angolo del mio corpo. Mi riempì di incanto. Le parole mi uscirono di bocca, quasi a mia insaputa:"Godo, amore. Sto godendo. Sto godendo in modo incredibile. E' talmente bello, amore, che so che dopo piangerò."Un fiume in piena è la scrittura di Alessandra Bianchi, cruda e diretta talvolta, la sua frase ammicca al verso poetico di matrice realista ma si avvinghia al biografico e all’esperienziale, tra scoperta di sè e scoperta del mondo attorno a sè.
Tra identità femminile e identità lesbica, un viaggio nell’universo del sentire e del vedere con gli occhi di “lei”. Daniele Stefanoni

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categorie: lesbo
domenica, 03 febbraio 2008

IL BURATTINAIO 20

buffyDieter Haller era antipatico a tutti. In particolare, era antipatico a Rita Mensitieri, la trentaquatrenne poliziotta italiana. Dieter sembrava la caricatura di un tedesco: era alto, largo di spalle, ampio di torace, biondo con i capelli tagliati a spazzola, e aveva due occhi azzurri che evocavano lo stesso calore del ghiaccio. Per di più parlava un italiano assolutamente ridicolo, benchè formalmente perfetto, e inoltre aveva modi scostanti. Dieter era sempre risultato antipatico alla gente, e questo per un motivo molto semplice: perchè era il numero uno. Primo della classe quando andava a scuola, cintura nera di judo, atleta naturale in grado di correre con eguale successo i cento, i duecento e i quattrocento metri piani, vincitore del torneo di lotta all'università, tiratore infallibile, pugile perfettamente impostato, laureato con il massimo dei voti grazie a una brillante tesi sugli psicopatici che diventano serial killer. I suoi occhi non erano gelidi perchè azzurri: ma perchè lui era gelido. Non perdeva mai la calma, era capace di uccidere un uomo a sangue freddo ed era soprattutto un investigatore straordinario. Aveva sgominato da solo la peggior banda di tagliagole di Berlino. A trentacinque anni era già riuscito a raggiungere un grado assai elevato, e i suoi avversari all'interno della polizia tedesca incrociavano le dita augurandosi che di lì a breve non diventasse il loro capo. Dieter aveva un unico grande rimpianto: quello di non essere nato quarant'anni prima, non tanto perchè avesse nostalgie naziste, quanto perchè amava l'ordine, la disciplina, l'assoluta mancanza di indulgenza. Appena arrivato a Roma, aveva immediatamente rimesso in riga Gargiulo, che voleva fare lo spiritoso; dopodichè si era impossessato con la massima naturalezza della task-force di cui era comunque l'esponente con il grado più elevato. Oltre alla bionda Mensitieri, il gruppo comprendeva un inglese, un francese, un austriaco, uno spagnolo, e l'altro esponente italiano, Antonio Gargiulo.

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categorie: buffy
domenica, 27 gennaio 2008

IL BURATTINAIO 19

sarah michelle gellarL'uomo le fu addosso. Silvia si dibattè selvaggiamente; era una donna forte, temprata dal nuoto e dallo judo che aveva praticato da ragazza. Lo colpì con un calcio agli stinchi, scivolò fuori dalla sua stretta e corse verso la porta di casa. Stradilasi la raggiunse proprio mentre cercava di tirare fuori le chiavi dalla tasca dei jeans. Silvia si spostò lateralmente, ma lui le fece una presa di lotta e le immobilizzò la testa. Subito dopo le premette qualcosa sulla faccia. Silvia tentò ancora di divincolarsi, ma le mancava il respiro. Le cedettero le gambe e si accasciò. Si sentì trascinare. Stradilasi la caricò sul retro del furgone e le infilò una camicia di forza, in modo che non potesse muoversi quando si fosse riavuta. Le mise un bavaglio sulla bocca, accertandosi che riuscisse a respirare. Poi chiuse lo sportello del furgone, saltò giù e si sistemò al posto di guida. Accese il motore e azionò i fari.

Il suo pensiero corse al destino che attendeva la donna. Luisella era molto abile con la frusta. Gli ordini del Maestro erano chiari: avrebbe dovuto frustarla per una settimana, sino ad ucciderla causandole una sofferenza insopportabile. Stradilasi sapeva che, dato che non avrebbe potuto ricorrere allo scudiscio senza soluzione di continuità ( sarebbe morta alla prima sera ), avrebbe alternato alle frustate qualche altro piccolo trucco. Sarebbe stato uno spasso. E poi quel metodo originale di uccidere... Era interessante: in pratica sarebbe intervenuta a toglierle la vita proprio lì dove la vita nasceva. Esisteva una filosofia in tutto questo. Il Maestro era un grande.

Stradilasi pregustava il divertimento. Inoltre, era molto soddisfatto di sè: aveva rapito Silvia senza che nessuno se ne accorgesse; la lotta era stata assai breve e la donna non aveva nemmeno strillato. Meglio di così non sarebbe potuta andare. Mise in moto il furgone, schiacciò la frizione e ingranò la marcia. La strada era buia e silenziosa. Ma non era deserta. A un tratto il furgone fu illuminato a giorno; potenti riflettori accecarono Stradilasi, mentre cinque poliziotti correvano verso di lui. Un'auto della polizia arrivò sgommando e con una derapata si mise di traverso davanti al furgone. Una seconda macchina sopraggiunse da dietro, precludendo ogni possibile via di fuga. Il furgone si spense con un sobbalzo. Gli agenti a piedi lo circondarono con le armi spianate; uno di loro aprì la portiera, piantando un mitra in faccia a Stradilasi. Un'operazione eseguita perfettamente. "Molto bene!", disse una voce dal pesante accento tedesco.

postato da: sandraoale alle ore 09:53 | link | commenti (20)
categorie: buffy